1
luglio 2005
La matita sotto l’occhio destro era una riga nera, spessa, che andava dove voleva lei. Il cerchietto con la scritta dorata Bride to be spezzato, proprio nel punto in cui il velo si univa al telaio.
Non mi importava.
Lo specchio non mi giudicava.
Forse era la luce gialla e piatta del bagno del Beverly Sun, o probabilmente solo la vodka, ma per una volta potevo perdonarmi quell’imperfezione. Ed essere ancora per poco, solo Cristina.
Feci un passo indietro. Lasciai cadere il cerchietto nel cestino e restai lì. Senza il velo, senza aggiustare niente. E lo specchio prese più spazio. Comparvero più piastrelle, la porta del gabinetto alle mie spalle e, in basso, nell’angolo destro del riflesso, sotto quella porta: una scarpa. Il laccetto dorato. La punta. Qualcuno l’aveva lasciata lì. Qualcuno era inciampato. Qualcuno.
Distolsi lo sguardo. La matita. La sbavatura. Il velo nel cestino. Io. Ferma, bella, sempre imperfetta.
Ma l’angolo restava. La scarpa pure. E sopra, qualcosa di blu. Di storto. Di sbagliato.
Il mio vestito.
Quello che, poche ore prima in albergo, avevo aiutato Eloisa a indossare. Vertiginoso, audace. Con questo sarai perfetta, le avevo detto, strappandole di mano la mia blusa rossa con il fiocco sul collo, troppo anonima. Fidati.
E adesso era lì. Eloisa. Su quel pavimento. Distesa. Il mio vestito blu cobalto – che le avevo imposto – strappato all’altezza della coscia. La pelle sotto, esposta, segnata, un taglio profondo sull’avanbraccio, cocci di vetro sotto di lei. Sangue.
E poi pillole sparse ovunque.
Bianche, piccole. Rotolate sotto il lavandino, incastrate tra le fughe delle piastrelle, una schiacciata sotto la sua mano come una stella morta.
Mi lanciai su di lei. Le dita sul collo. Poi sul polso per cercare quel battito, quel respiro che non bastava. Troppo lento. Troppo poco.
La voce di Giada dietro di me si spezzava in frammenti incomprensibili. Le sue mani agitate occupavano l’aria e io avevo bisogno di respirarla per rimanere lucida.
Mi guardai intorno. Asciugamani. Tovagliette di carta ruvide. Le presi, le premetti sulla pelle di Eloisa per ripulirla. Dovevo togliere, cancellare, nascondere. Prima che qualcun altro entrasse. Prima ancora di capire cosa fosse successo.
La porta si aprì. La risata di Arianna entrò prima di lei. E poi si fermò. A metà. Come se fosse stata tranciata di netto.
«Cristina. Che cazzo succede?»
Stefania dietro di lei. Le mani sulla bocca, gli occhi già pieni.
Non dovevano vederla. Non così. Non ancora.
Giada mi afferrò il braccio. «Dobbiamo farla vomitare. Non sappiamo cosa ha ingerito.»
Le sollevammo la testa. Giada e Stefania la tenevano sotto le ascelle mentre io premevo l’eyeliner sul fondo della sua lingua. Eloisa tossì. Ansimò. Il corpo si contrasse in uno spasmo violento e si liberò. L’odore mi attraversò. Vodka. Bile. Qualcosa di chimico.
«Portiamola via» dissi.
«Non possiamo chiamare un’ambulanza?» La voce di Stefania era incrinata.
«E dire cosa?» Le parole di Arianna erano un rasoio acceso. «Che la nostra amica era ubriaca e ha ingerito un pugno di pillole?»
«Nessuno ha parlato di pillole» dissi contro ogni logica. Anche io avevo bisogno di credere che quelle piccole cose, bianche, tutte intorno a Eloisa, non fossero il segno di un tentativo. Di sparire? Dimenticare? Chiedere aiuto nel modo sbagliato? Punirsi? Condannarci? Tutte.
«Sono lì, Cristina.» Stefania indicò il pavimento con un dito tremante. Un punto, poi un altro e un altro ancora.
«Può essere stato un incidente. Non sappiamo niente.» Mi alzai. Le ginocchia mi facevano male. «La portiamo in albergo. La facciamo riprendere. E poi decidiamo.»
«E se peggiora?» La preoccupazione sul volto di Giada.
«Non peggiorerà.» Ma non lo sapevo davvero.
La sollevammo. Le braccia di Eloisa ci scivolarono sulle spalle come alghe: senza resistenza, senza peso. Aveva perso il suo centro e noi ci stavamo perdendo dietro di lei.
La trascinammo fuori.
Giada e Stefania la sorreggevano dalle spalle, io dal braccio, mentre l’altro pendeva e sbatteva contro la sua gamba a ogni passo. Arianna camminava veloce davanti a noi. Le dicevo di rallentare, che non ce la facevamo e che non volevamo correre. Correre significa che c’è un problema. E noi non avevamo un problema: avevamo un’amica che aveva bevuto troppo a un addio al nubilato. Una cosa normale, che può succedere a chiunque.
Nessuno ci fermò. Nessuno chiese.
Fuori, l’aria di luglio ci colpì. Calda, umida, viva. Eloisa gemette. Un suono animale, che mi si infilò sotto la coscienza.
«Liverpool Street. Please. Hurry.»
Il taxi partì. Il Beverly Sun sparì nello specchietto. E restammo noi. Cinque amiche e un buco nero, profondo, ignoto. Nessuna voleva guardarci dentro. Eloisa, l’unica che avrebbe potuto riempirlo, non parlava. Non poteva. E prima che il silenzio diventasse un’accusa Giada lo ricoprì con i suoi dubbi.
«E se quel ragazzo che ha provato a seguirla…»
«Quale ragazzo?» chiesi, ne avevamo conosciuti diversi quella sera.
«Giulio, quello che ci ha presentato Stefania. Di Atilos, la casa di produzione.» Giada mi guardò. «Ti ricordi? Al privé. Quei tre ragazzi, Cristiano, Stefano e Giulio. Avete parlato di film da produrre, di sceneggiature, ma tu poi sei andata a ballare da sola dicendo che non era il posto giusto per parlare di lavoro.»
Certo, quei tre. Mi tornò in mente la mano di Stefano che mi sfiorava il braccio e ammiccava quando parlava di film da produrre, come se quelle parole bastassero a farmi provare interesse. E poi gli occhi di Giulio su Eloisa. Insistenti. Precisi.
«Quando Eloisa è scappata via dal privé quasi vomitando,» continuò Giada, la voce chiusa in un sussurro, «Giulio ha fatto un passo. Voleva andarle dietro. Si vedeva che era preoccupato. E Stefania lo ha bloccato. Gli ha detto: «Si arrangia, ha solo bevuto.»
«Ho fatto bene.» Stefania. Secca. «Non lo conoscevamo. Poteva essere un maniaco.»
Non dissi niente. Vedevo solo immagini, pezzi sparsi e distorti di quella sera. Volti, corpi che potevano dare un senso a qualcosa che non voleva farsi capire. O forse era così chiaro, Eloisa non era pronta e io avevo insistito per farla venire al mio addio al nubilato. Loro me lo avevano detto, ma volevo che la mia festa fosse perfetta. Dovevamo esserci tutte.
«E se fosse stato l’unico che si era accorto che non stava bene?» Giada si girò verso Stefania. «Che aveva bisogno di aiuto? E tu lo hai bloccato.»
Giulio, uno sconosciuto, a cui Eloisa si era aggrappata al braccio prima di sparire, pallida. Pensavo che forse, se Stefania non lo avesse fermato, adesso staremmo ancora festeggiando.
«Non potevo sapere…» ribatté Stefania.
«Non potevi sapere» Giada ripeté le parole, le girò in bocca ma restavano ferme, tra i denti. «Nessuna di noi poteva. Ma tu lo hai fermato. Tu hai deciso per tutte. Puoi dirlo che lo hai fatto perché ti piaceva.»
«Adesso cosa c’entra? E poi tu dov’eri?» La voce di Stefania sempre più alta.
«Ero al privé. Con voi.»
«Appunto. Con noi. E neanche tu l’hai accompagnata, mi sembra.»
«Abbassate la voce» dissi indicando Eloisa «e poi non sapevamo che stesse male» continuai come per giustificarmi a mia volta.
«Non lo sapevamo? Davvero?» La voce di Arianna era fredda, tagliente.
«Rideva, ballava. Non stava male» continuai. E intanto la domanda cresceva dentro di me: Perché io non ero con lei?
«Rideva o era ubriaca?»
«L’hai fatta iniziare a bere tu!»
«Stai insinuando che è colpa mia? Sei tu che hai insistito a portarla. Ti ricordo che era appena uscita dalla clinica, e forse gli eccessi di un addio al nubilato non erano tra le cose più consigliate.»
«Ma io ci tenevo che ci fosse. Forse avrei dovuto fermarti ogni volta che le versavi da bere.»
«Non dovevo farlo? Sei tu che dici sempre che la escludiamo.»
«Basta» disse Giada.
Eloisa faceva dei piccoli sussulti, non ero sicura che fosse incosciente. «Non è il momento.»
«Comunque, ragazze» intervenne Stefania. «Nessuna l’ha obbligata. Ha scelto lei.»
Era vero? Non lo so. Forse l’unica cosa vera era che volevo solo divertirmi prima di tornare a Roma, a casa, da Marco. Lo amavo, sì, certo, ed ero felice di sposarmi ma… E poi c’era qualcosa nel modo in cui il cerchietto col velo si era rotto che non tornava. Poteva essere un segnale. O forse quello che era successo a Eloisa era il mio segnale.
Forse stavo sbagliando tutto.
Il taxi svoltò. La testa di Eloisa ciondolò contro la mia spalla. I suoi capelli mi sfiorarono il collo e io non la spostai. Ma non la guardai. Puntai gli occhi sul finestrino: la città, le luci, tutto quello che non era lei. Tutto quello che non era quella domanda.
E poi il tassista alzò il volume.
Non so se lo fece apposta. Se si era stancato di sentirci, se voleva coprire le nostre voci, se voleva solo sentire la sua canzone. Ma la musica riempì il taxi, il sedile, le ginocchia, i gomiti, il corpo di Eloisa incosciente, tutto.
E noi ci fermammo.
La musica era più forte. Una canzone che non conoscevo. Una voce femminile, bassa. I am small, I’m needy, diceva la voce. Warm me up and breathe me. Sono piccola e bisognosa. Riscaldami e respirami e io pensai: questa canzone sarà per sempre questa notte, Eloisa, questo taxi, questo peso. Questo silenzio che non era silenzio.
E io quella notte me la sarei portata addosso per sempre. Sotto pelle. Una notte che avrebbe cambiato tutto.
E non sapevo ancora quanto.
Il capitolo 2 comincia dieci anni dopo, a Roma, con una busta verde in borsa. Il resto è nel libro.